Contributo di Giulia Arrigoni


Può il Fai da Te essere considerato come un fenomeno sociale? Se guardiamo al passato e osserviamo il presente, si può tranquillamente affermare che sì, lo è, tanto che, nel corso degli anni, si è evoluto e trasformato, nelle attività e nella percezione dell’italiano. Il “Fai da Te”, nella realtà, e come è logico supporre, è sempre stato presente nelle attività umane ma, ad un certo punto, è assurto ad attività ricreativa e hobbistica, con gli immaginabili risvolti sociali. Passato l’entusiasmo dei primi periodi, con veri e propri gruppi di appassionati ormai pratici nella costruzione/riparazione di mobili e impianti di casa, la fase successiva si è contraddistinta con un progressivo declino della pratica del fai da te, come attività poco “trendy/cool”, sostituita dalla delega totale dei lavori di manutenzione a professionisti o persone cosiddette “secondolavoristi”. Solo coloro che non potevano permetterselo erano costretti fare da soli, peraltro con risultati incerti, entrando così a far parte della folta schiera dei “forzati del fai da te”.

Fai da Te, dall’obbligo al piacere
E’ negli ultimi 20 anni che la pratica del Fai da Te ha subito cambiamenti profondi, soprattutto, nella percezione delle persone. Il merito va soprattutto alla crescente femminilizzazione del mercato e allo sviluppo delle insegne del bricolage che, in questo lasso di tempo, hanno aperto moltissimi negozi, su tutto il territorio nazionale. Nel primo caso l’aumentato interesse della donna verso la manutenzione e, soprattutto, l’abbellimento della propria casa, ha dato uno slancio mai visto alla pratica del bricolage e alla commercializzazione di prodotti – l’esempio perfetto lo troviamo nelle pitture e vernici – sempre più facili da capire e utilizzare; l’apertura di nuovi negozi è stato un eccellente amplificatore alla diffusione di una pratica che ritorna ad essere piacevole e di grande gratificazione. E, in questo senso, la sociologia ci viene a supporto, con Gianpoalo Fabris, professore ordinario di Sociologia dei Consumi all’Università IULM di Milano, che, in un articolo apparso su L’Espresso, scriveva “……A parte le piccole riparazioni domestiche per le quali non ci si rivolge più a idraulici, elettricisti e così via, il prosumer (il consumatore/produttore) nostrano, a volte con senso pionieristico, si avventura nel tinteggiare i muri, nello stendere e tagliare moquette …….Quali sono le motivazioni che accompagnano questa nuova figura sociale, quali bisogni il prosumer soddisfa? Certamente quelli pratici ed economici, che pure l’hanno originato, non sono i soli e, forse, nemmeno i più importanti. L’esigenza di una produzione specifica per le proprie necessità che sono sempre, in qualche modo, diverse da quelle degli altri, costituisce una delle principali ragioni del prosumerismo…..il consumatore chiede ora con insistenza prodotti e servizi che riflettano la sua personalità, nei quali sappia riconoscersi”.

La maturità creativa. L’era della personalizzazione e della conoscenza
Così come il fai da te creativo apre ai confini infiniti del concetto di abbellimento della casa, ciò che caratterizza questo genere di attività è la condivisione. Chi lo pratica difficilmente lo fa in solitario, ma si ritrova con altre persone/amici che condividono la passione, sia fisicamente sia virtualmente, grazie alla sempre più importante presenza di internet nelle nostre vite. E non importa che si tratti di attività strettamente decorative, come lo stencil o il decoupage, che comunque hanno le loro applicazioni in larga scala (pareti e mobili della casa), ciò che è interessante segnalare è l’aumento della consapevolezza, da parte degli italiani, di poter fare da soli e ottenere buoni risultati. La casa, per gli italiani, è un bene molto prezioso. Non solo perché l’acquisto ne ha comportato ovvi sacrifici ecomici ma, soprattutto perché è il “Luogo” per eccellenza dove potersi rintanare/esprimere/rilassare/ricevere nel massimo agio e confort. E la ricerca Doxa de L’Osservatorio Casa 2015 ne conferma appieno l’analisi, considerando che oltre il 60% della popolazione italiana si sente totalmente coinvolta nelle attività di abbellimento, manutenzione e sistemazione della propria casa; che oltre il 66% ha svolto attività di bricolage nell’ultimo anno e, il 30% di queste attività, ha riguardato riparazione/costruzione di mobili e complementi.

E la crisi? Ha aumentato la pratica del Fai da Te?
Se si guarda a tutto il comparto non food (ovvero il complesso di prodotti che esula dall’alimentare), in questi lunghi anni di crisi, il bricolage è il settore che ne ha risentito di meno. Da una parte, non essendo un mercato maturo, ha ancora molti margini di crescita e, quindi, ante crisi le sue performance erano superiori ad altri settori; dall’altra gli addetti ai lavori sanno bene che solitamente il Fai da Te è, per definizione, definito un comparto “anti crisi”, nel senso che essendoci meno soldi le persone si trovano a doversi occupare di lavori che prima venivano demandati. La realtà dei numeri ci dimostra che non è proprio. La crisi non ha portato il settore del Fai da te a perdite singificative, ma nemmeno crescite “record”, ed è probabile che questo sia un dato da leggere positivamente, perché sancisce in modo significativo la trasformazione “culturale” di cui scritto sopra: il reale passaggio da un status di necessità (lo faccio perché non ho soldi) ad uno di gratificazione personale (lo faccio per il piacere di farlo, perché ho imparato, per la soddisfazione di averlo fatto io, sì, proprio come volevo io).