Contributo di Andrea Di Turi


Tanti anni di difficoltà economiche hanno prodotto mutamenti importanti in molti aspetti della nostra vita. E siccome la casa è un elemento centrale e identitario nella vita di chiunque, anche il modo di pensare e vivere la casa negli anni della crisi ha conosciuto una profonda evoluzione. Forse già in essere e solo acceleratasi con la crisi.

Uno dei fenomeni in cui questa evoluzione si è manifestata in modo crescente è l’housing sociale, l’abitare sociale. Prova ne sia anche il recente lancio del primo portale web dedicato, promosso da Fondazione Cariplo, che contiene la mappatura georeferenziata di centinaia di progetti di housing sociale in Italia. Fra cui anche alcuni progetti emblematici come Via Cenni e Borgo Sostenibile, entrambi a Milano.

Come definire l’housing sociale? Dalla parte dell’offerta, si tratta di edilizia residenziale privata a valenza sociale. Che non ha l’obiettivo di massimizzare il profitto ma accetta un profitto ragionevole in un orizzonte di lungo periodo. Ed è rivolta a quell’ampia fascia di popolazione troppo “ricca” per accedere all’edilizia residenziale pubblica (le case popolari) e troppo “povera” per permettersi i prezzi di mercato di locazioni e vendite immobiliari. Quanto alla domanda, l’housing sociale è una richiesta di abitazione a prezzi dignitosi da parte di chi ha visto in questi anni contrarsi la propria capacità di spesa. Ma non è solo questo. Perché la domanda di housing sociale è anche una domanda di senso: un nuovo senso dell’abitare, che sempre più persone ricercano. Dove la casa non è sinonimo di chiusura, coi vicini e il mondo che restano fuori dalla porta, bensì di apertura, alla vicinanza e alla partecipazione nella comunità.

L’housing sociale è in realtà una rivoluzione culturale. Come sanno bene i Paesi in cui l’abitare sociale è presente da più tempo e più diffusamente e viene vissuto non come qualcosa di cui vergognarsi ma, al contrario, come qualcosa di cui vantarsi: perché è attraente, di tendenza, definisce come persona chi lo sceglie.

Nell’housing sociale sono determinanti le relazioni e le interazioni: fra i vicini di casa; fra i condomini e la proprietà, che anch’essa utilizza accorgimenti sociali nell’amministrazione degli immobili; fra gli spazi, fra casa mia, tua, nostra. È un’esperienza arricchita dell’abitare: magari più faticosa rispetto a quella tradizionale, senz’altro diversa, sicuramente più piena.

Nell’housing sociale ci sono spazi che si condividono, come una terrazza, una lavanderia, un giardino, un campetto sportivo, e attività che si condividono. Similmente, in ciò, a quanto accade negli spazi di co-housing, come ad esempio quello che Leroy Merlin intende riqualificare a Milano attraverso il contest rivolto a studenti universitari aperto fino a gennaio 2016.

Le persone che vanno a vivere in housing sociale di solito si conoscono prima di incrociarsi magari frettolosamente sul pianerottolo coi cartoni del trasloco in mano. Perché vengono inserite in un percorso di costruzione di comunità assai prima di entrare in appartamento. Con dinamiche inattese che possono scaturire e aiutare non poco, in seguito, nell’affrontare eventuali contrasti.

In una struttura di housing sociale ci sono spazi riservati ad organizzazioni del Terzo settore, che con la loro attività promuovono un’offerta di socialità (un asilo, un centro anziani, un luogo per incontri) e garantiscono un presidio di sicurezza, a vantaggio dei condomini e di tutto il quartiere, stimolando una sua rigenerazione sociale. Una struttura di housing sociale, inoltre, spesso si accompagna a una riqualificazione urbanistica della zona in cui è realizzata. Anche perché gli interventi di housing sociale, quanto a materiali e soluzioni utilizzate, sono in genere ispirati a principi di sostenibilità, come si può vedere ad esempio nel progetto di Cascina Merlata che al termine di Expo 2015 diverrà un insediamento di housing sociale.

Dare vita a una comunità di cittadini più coesa e resiliente, a partire dalla soddisfazione della domanda di casa, resta comunque l’obiettivo ultimo dell’housing sociale. Proprio perché la casa non è l’unico elemento che determina la qualità dell’abitare, data invece dalla possibilità di veder soddisfatta una complessa rete di bisogni, attinenti alla sfera economica ma anche a quella della solidarietà, della socialità, in ultima analisi del benessere. Tutti bisogni che la casa e l’abitare tradizionale evidentemente riescono sempre meno a soddisfare.