Di Andrea Di Turi


Pare, come ha confermato anche una recente indagine Coldiretti/Censis, che una delle attività che sta in cima alle preferenze espresse dagli italiani nell’ambito della vita domestica sia occuparsi del giardino o dell’orto. Magari ricavato, per chi non ha un vero spazio verde a disposizione, da un paio di metri quadri in terrazzo o sul balcone, anche in verticale e cioè sulle pareti. Perché no, utilizzando materiale riciclato.

Non sono difficili da immaginare i perché di tutto ciò, tant’è che esiste l’ortoterapia. Nei lunghi anni della crisi epocale che ha segnato l’ultimo decennio, poi, ai perché tradizionali se n’è aggiunto un altro: lasciando da parte le piante ornamentali, auto-prodursi un po’ di cibo col proprio orticello, infatti, è anche una fonte di risparmio economico, a volte anche considerevole, che da molti è stata riscoperta per necessità.

In ogni caso, non si può negare che un po’ stupisce che in una società dove la tecnologia sembra dominare ogni aspetto e ogni istante della nostra vita, ci siano tante persone che dichiarano – probabilmente anche con una punta di orgoglio – che fra i momenti più gratificanti che trascorrono in ambito domestico o nel tempo libero, insomma quelli di maggior benessere, vi siano i momenti anche impegnativi spesi a seminare, innaffiare, potare e via “polliceverdeggiando”.

Il discorso vale per le abitazioni, ma anche per quella sorta di abitazioni allargate o a cielo aperto che si possono considerare le città. Orti condivisi, orti collettivi, orti di quartiere, orti urbani o orti in città, orti comunali, orti diffusi, orti per anziani: benché i nomi con cui vengono indicati siano numerosi e alcune differenze in effetti esistano, si possono ritenere se non proprio sinonimi senza dubbio dei parenti molto, molto stretti. Perché alla fine stanno tutti a indicare un po’ la stessa cosa: aree verdi solitamente pubbliche, ma possono essere anche private, di cui un gruppo o una comunità di persone si prende cura in modo collettivo e condiviso, per coltivarli, manutenerli, farne dei luoghi di incontro e socializzazione con alla base la riscoperta del contatto diretto con la natura, la terra, i suoi tempi e le sue regole. Un fenomeno quasi di massa, se è vero che gli orti urbani in Italia sono triplicati in soli due anni, raggiungendo i 3,3 milioni di metri quadrati. E diffondendosi in decine di città del nostro Paese, anche in quelle che magari non ci si aspetta come ad esempio Milano, che tra l’altro è la seconda città agricola d’Italia in termini di superficie coltivata.

Che tra una sana attività nell’orto, o nel giardino, e il benessere individuale e collettivo vi sia un legame interessante, quanto meno che vale la pena di esplorare, si stanno accorgendo anche le aziende. Per cui è nata una nuova declinazione del fenomeno degli orti urbani che ha preso il nome di orti aziendali o orti in azienda. In inglese li chiamano corporate o company gardens, perché sono le multinazionali quelle che hanno iniziato ad introdurli e più spesso li sperimentano. Semplicemente, significa che ci sono aziende che nell’ambito delle politiche e delle iniziative che mettono in pista per fare dei propri luoghi di lavoro degli ambienti migliori e più accoglienti per i dipendenti, dove cioè essi possano lavorare in condizioni di maggior benessere, hanno pensato di mettere a disposizione o realizzare ex-novo spazi coltivabili per i dipendenti che intendono occuparsene. Un’idea che in realtà già ebbe un imprenditore illuminato del calibro di Adriano Olivetti, esplorata prim’ancora anche nei villaggi operai d’Italia e d’Europa di fine ‘800 e primi del ‘900, e che ora sembra essere tornata attuale.

Si tratta inoltre di progetti, quelli legati alla realizzazione di orti aziendali, che di solito hanno una grande capacità di gemmazione. Cioè di innescare altri progetti con filosofie e obiettivi affini (si ruota sempre intorno al concetto di benessere), coi quali intrecciare percorsi e iniziative. Come gli asili aziendali. Oppure le partnership con il Terzo settore. Ci sono ad esempio realtà del non profit che hanno negli orti aziendali la loro attività core: è il caso di Orti d’Azienda Onlus, di Milano, che si occupa appunto di accompagnare le aziende nella realizzazione e nella gestione di orti nei luoghi di lavoro.

Visto che prima si parlava dei perché, ecco un interessante “perché“ citato da questa onlus a fondamento della propria azione: «In definitiva, perché abbiamo fiducia nel futuro». Semplice, chiaro, bello. Come veder crescere giorno dopo giorno una fragile piantina, lasciandosi scappare un sorriso per ogni nuova foglia che spunta.

«Il momento migliore per piantare un albero è vent’anni fa. Il secondo momento migliore è adesso» (Confucio).

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