I vincitori del contest “casa di domani” si raccontano: dalle radici al sogno realizzato

Dieci giorni dopo l’annuncio del vincitore della terza edizione del contest dell’Osservatorio sulla Casa. Centinaia di studenti partecipanti, ma solo tre i vincitori: Serena Giuditta, Pasquale Cucco ed Edoardo Aurino. Dal team “Roots”, il progetto che Leroy Merlin ha ritenuto più valido per costruire la casa di domani, direttamente dall’Università degli studi di Salerno, i tre ragazzi si raccontano un po’…

Parlateci di voi. Chi sono i tre ragazzi del team “Roots”?

Serena GiudittaSerena
Ho ventisette anni e sto per terminare il percorso di studi in Ingegneria Edile/Architettura presso l’Università degli Studi di Salerno. Adoro tutto ciò che è Arte, dunque in primis l’Architettura, poi la Fotografia e il Cinema. Mi occupo di grafica come volontaria presso la delegazione FAI (Fondo Ambiente Italiano) di Avellino, dove ho avuto modo di lavorare in team e valorizzare il territorio allo stesso tempo!  Creativa e curiosa sono probabilmente due aggettivi che più mi rappresentano: mi piace imparare sempre cose nuove spaziando vari settori, dall’architettura, al fai da te, alla pittura  e al cinema (sono nel mio piccolo una Youtuber). Sono determinata, amo le sfide e viaggiare. L’obiettivo più grande è quello di fare un lavoro che amo e che sia stimolante: mi auguro di progettare spazi dove le persone vivano bene, che sia un manufatto, una stanza, o una casa intera, ma avendo sempre ben presente il focus sulle persone; il tutto in un’ottica sostenibile e di miglioramento della qualità della vita.

Pasquale CuccoPasquale
La cosa più difficile per me è descrivermi, rischio di essere o troppo sborone o troppo misterioso. Credo di non esserne capace. Ho solo il desiderio, forse utopistico, di desiderare l’armonia della realtà a cui l’uomo di ogni tempo è chiamato ad esprimersi, a lavorare e a vivere. È proprio questa armonia, questa realizzazione dell’uomo insieme all’altro uomo, l’unica cosa di cui il mondo, di ieri, di oggi e di domani, ha bisogno. Voglio studiare e lavorare per questo, per costruire una realtà migliore.

Edorardo AurinoEdoardo
Così come Serena e Pasquale, sono quasi giunto alla fine del percorso formativo universitario. Durante gli anni ho maturato una passione sempre crescente verso l’architettura, la progettazione architettonica e le arti grafiche in generale. Mi piacerebbe approfondire le conoscenze in merito alla comunicazione grafica e la sociologia applicata all’architettura.

Raccontateci “Roots”: come nasce, come si sviluppa, cosa diventerà…

Serena GiudittaSerena
Roots, ovvero “radici” nasce dal primo pensiero che abbiamo avuto: l’architettura è per le persone; dunque a chi ci rivolgiamo?  Dalla risposta è scaturito il concept, che riguarda la fraternità, l’intreccio, l’unione e la condivisione della vita per rafforzarsi e crescere. Idee, tra l’altro, che coincidono con alcuni degli obiettivi dell’associazione che vivrà questa Casa. Dall’analisi del passato e dell’esistente è venuto fuori il progetto di recupero: partire dalle radici per guardare non al futuro, che spesso ci appare troppo astratto, ma alla Casa di Domani!
Quello che diventerà lo scopriremo presto insieme… Ci auguriamo di portare avanti le idee e i valori che hanno dato vita a questo bel lavoro di team.

Pasquale CuccoPasquale
Stavamo cercando un titolo al nostro progetto, ne abbiamo pensati molti ma ognuno mancava di qualcosa, non era convincente, non era quello giusto. Roots nasce da una birra in un bar una sera di dicembre, guardando le persone fuori in una piazza, pensavo che ognuno aveva la sua storia, i suoi dolori, le sue gioie, i suoi problemi. I nostri passi camminano nel mondo intero ma le nostre radici restano in un luogo preciso, ci dicono chi siamo e chi vogliamo essere ed esse non mentono. Quindi mi sembrava un buon punto di partenza per il progetto, soprattutto avendo a mente i destinatari, quei giovani con una storia e delle radici che difficilmente si cancellano ma che insieme possono diventare una forza, sicuramente sarà così. Credo che oggi l’unica via possibile di salvezza sia racchiusa in una parola magica: condivisione, di tempo, di spazio, di talento. In un contesto individualista e carrierista come quello di oggi ci salva sapere che “io è un altro” e costruire così con l’altro, piano piano e con pazienza, germi di felicità. La condivisione è il tratto migliore del nostro lavorare e agire, migliorare le condizioni, creare nuovi scenari di incontro e convivenza. Roots vuole essere questo.

Edorardo AurinoEdoardo
Roots almeno secondo il mio parere può essere visto da due diverse prospettive. Le radici sono il simbolo forte di appartenenza alla Terra, e contemporaneamente di solidità e resistenza a tutto ciò che è esterno. Tale considerazione può essere trasposta anche all’edificio, ma più in generale a tutta l’architettura. Inoltre le radici sono il simbolo attraverso il quale l’umanità riesce a riconoscersi come parte integrante della storia del mondo. Ogni uomo riconosce inconsciamente che la propria esistenza non è un evento isolato, improvviso, ma è legato ad eventi che si insinuano in profondità ed in modo contorto nel passato.  Ogni individuo, poi, ha una propria storia. Giorno dopo giorno realizza ciò che è, e ciò che sarà, attraverso gli eventi che si susseguono. Da qui scaturisce la necessità di porre al centro di ogni discussione e decisione progettuale la singolarità, l’importanza di ogni persona. Cosa diventerà roots? Come cantava Battisti “…lo scopriremo solo vivendo…”

Pensavi di poter vincere questo contest?

Serena GiudittaSerena
La vittoria è stata assolutamente inaspettata! Certo è che credevo molto nel progetto: infatti nei momenti difficili ero io il traino motivatore per non mollare e continuare a sforzarci di far emergere idee vincenti e sempre migliori delle precedenti! Nulla è impossibile, a quanto pare abbiamo vinto…

Pasquale CuccoPasquale
Assolutamente no, ovvio ci speravo. Ma mi dicevo che ci sarebbero stati altri nove candidati con noi, non sarebbe stato facile. Poi sono molto critico con quello che faccio, quasi mai sono soddisfatto, forse esagero. Mi dicevo che sicuramente ci sarebbe stato qualcuno più bravo di noi, invece..

Edorardo AurinoEdoardo
Ero certo, così come Serena e Pasquale, di aver svolto un buon lavoro, ma non si pensava affatto di poter vincere, visto il numero totale dei partecipanti e della qualità dei progetti finalisti. La vittoria è arrivata così inaspettatamente che facciamo ancora fatica a capacitarcene.

Come avete vissuto la proclamazione? Com’è stato il 14 aprile?

Serena GiudittaSerena
L’evento è stato ben organizzato e la location era gradevole e giovanile. La proclamazione è stata un’emozione indescrivibile, un vortice di emozioni che ricorderò sempre. La vittoria (inaspettata) ci ha portato grande soddisfazione e riconoscimento anche nell’ambito universitario, e spero sarà solo l’inizio di un bel percorso professionale. Grande la sorpresa nel conoscere colleghi motivati ed entusiasti quanto noi nel fare architettura e soprattutto gli organizzatori dell’evento, che si distinguono nel panorama nazionale per lo slancio innovativo verso giovani universitari con possibilità di sperimentazione e di formazione nuove.

Pasquale CuccoPasquale
È stato tutto così veloce e inaspettato che ancora fatico a crederci. Sono molto felice di aver incontrato chi ha organizzato tutto con passione e dedizione e chi, come noi, ha partecipato al concorso, tutti ragazzi molto preparati e simpatici, spero possa esserci occasione di incontrarli di nuovo.

Edorardo AurinoEdoardo
Purtroppo per motivi logistici non ho potuto partecipare all’evento, ma ex post, dal video pubblicato sulla pagina Facebook “Osservatorio sulla Casa” sembra che l’organizzazione sia stata impeccabile.

Come sei venuto a conoscenza del concorso? 

Serena GiudittaSerena
Ho saputo del concorso tramite la pagina Facebook “Osservatorio sulla Casa” sponsorizzata.

Pasquale CuccoPasquale
Ho conosciuto il contest tramite Serena, la più social del gruppo, che mi ha letteralmente trascinato in questa impresa, superando tutte le mie perplessità e incertezze, non è stato facile. Ma meglio così, le cose facili non ci piacciono…

Edorardo AurinoEdoardo
Tramite la mia collega Serena che ha intercettato il bando su Facebook. Diciamo che lei sia la più “social” dei tre.

Conoscevi Leroy Merlin prima di partecipare? 

Serena GiudittaSerena
Certo, a mio avviso è una delle aziende di riferimento per il suo settore.

 

Pasquale CuccoPasquale
Si, lo conoscevo ma, come credo tutti, solo per i prodotti che produce e vende. Avevo già acquistato sul sito web. Non sapevo della sua attenzione all’innovazione e alla sperimentazione continua e instancabile, nonché della passione dell’azienda per i giovani e la loro formazione.

Edorardo AurinoEdoardo
Certo che si! Sono stato svariate volte al centro Leroy Merlin di Casoria in provincia di Napoli.

Pensavi di poter vincere questo contest?

Serena GiudittaSerena
Come dicevo prima, la vittoria è stata assolutamente inaspettata! Certo è che credevo molto nel progetto: infatti nei momenti difficili ero io il traino motivatore per non mollare e continuare a sforzarci di far emergere idee vincenti e sempre migliori delle precedenti! Nulla è impossibile, a quanto pare abbiamo vinto…

Pasquale CuccoPasquale
Assolutamente no, ovvio ci speravo. Ma mi dicevo che ci sarebbero stati altri nove candidati con noi, non sarebbe stato facile. Poi sono molto critico con quello che faccio, quasi mai sono soddisfatto, forse esagero. Mi dicevo che sicuramente ci sarebbe stato qualcuno più bravo di noi, invece..

Edorardo AurinoEdoardo
Ero certo, così come Serena e Pasquale, di aver svolto un buon lavoro, ma non si pensava affatto di poter vincere, visto il numero totale dei partecipanti e della qualità dei progetti finalisti. La vittoria è arrivata così inaspettatamente che facciamo ancora fatica a capacitarcene.

Qual è stato, secondo te, l’elemento che ti ha portato alla vittoria? 

Serena GiudittaSerena
Credo che due siano stati gli elementi vincenti: in primo luogo l’empatia verso l’utenza, quindi l’accuratezza nello scegliere soluzioni formali per rispondere alle esigenze delle persone; in secondo luogo l’attenzione per il dettaglio delle idee proposte. Ci era richiesta la fattibilità, dunque non ci siamo limitati a esporre semplici idee, ma abbiamo ragionato, da ingegneri edili/architetti, su come realmente funzionassero gli elementi pensati l’uno con l’altro. Per cui abbiamo analizzato tutto ciò che poteva essere utile ai fini delle scelte progettuali, impiantistiche e formali del progetto proposto.

Pasquale CuccoPasquale
Non so, dovremmo chiederlo alla giuria. Sarei presuntuoso a dire una cosa anziché un’altra, forse l’attenzione ai dettagli. Uno degli architetti che ha rivoluzionato il modo di fare architettura, Mies Van de Rohe, diceva “God is in the details”. Mi impressiona molto e cerco sempre di lavorare in questa direzione.

Edorardo AurinoEdoardo
Penso che l’elemento fondamentale sia stato l’integrazione tecnologica energetica e la sapiente tecnica dell’architettura.

Che cosa consigli ai ragazzi che partecipano quest’anno?

Serena GiudittaSerena
Il mio consiglio è innanzitutto di lavorare in team. Il lavoro di gruppo è sempre la migliore scelta, a mio avviso. Allo stesso tempo di scegliere un buon team equilibrato con cui avere uno scambio costruttivo di idee per un fine comune.
Altro consiglio è di non porsi mai limiti e preconcetti, e di pensare sempre alle persone quando si progetta architettura. Di orientarsi verso un’architettura che ci rappresenti, che ci somigli!

Pasquale CuccoPasquale
Sicuramente consiglio di mettersi in gioco, lavorare senza riserve e con coraggio. Lavorare in gruppo, anche se questo potrebbe costare fatica e critica, per questo va ricercato e non fuggito, disponendosi con intelligenza intorno al progetto. Non bisogna pensare di essere indispensabili, bisogna cercare di essere importanti. Le idee migliori nasceranno sempre insieme.

Edorardo AurinoEdoardo
Di pensare all’edificio come un manufatto realizzato in tutto e per tutto per gli utenti. L’architettura è  per l’uomo.

 

Annunciati i vincitori del concorso “casa di domani” – Conclusione dell’Osservatorio sulla Casa, terza edizione

Si è tenuto ieri l’evento della proclamazione del vincitore della terza edizione dell’Osservatorio sulla Casa.

Quattordici aprile 2016, ore 18, presso Open Milano, un nuovo spazio culturale meneghino: dieci finalisti a sedere, studenti da tutt’Italia, giornalisti ed esperti vari a riempire la sala per scoprire insieme i tanto attesi nomi dei finalisti del contest “casa di domani”. Una serata che ha focalizzato l’attenzione su un nuovo concetto di casa, quella “di domani”, che sia comoda da vivere, capace di far risparmiare, attenta alla salute e che sia rispettosa dell’ambiente.

Dieci progetti, i migliori tra gli oltre duecento che Leroy Merlin ha raccolto da tutto lo Stivale. Dieci disegni con filosofie differenti, ma tutti con lo stesso ingrediente in comune: l’impegno e la voglia di vivere un domani migliore.

A presiedere la serata sul palco Stefano Grisenti, capo progetto vision Leroy Merlin Italia, che ha animato con professionalità, dando la parola agli esperti presente in sala e rassicurando i ragazzi ansiosi di scoprire il nome del vincitore. Ad arricchire l’evento si sono aggiunti Alberto Patti, direttore marketing Leroy Merlin italia, Gianni Bientinesi, direttore business intelligence Leroy Merlin Italia, Alberto Barni, procuratore generale Comunità Nuova e i preziosi interventi dei nostri quattro ambasciatori: Laura Maggi, Rossella Sobrero, Andrea Di Turi e Giulia Arrigoni. Ad ognuno di loro la parola sulle diverse caratteristiche della casa di domani.

Alle 19 il tanto atteso momento: tocca a Laura Borghini, responsabile Comunicazione Interna e Istituzionale Leroy Merlin Italia, accompagnata da Olivier Jonveldirettore generale Leroy Merlin italia, che insieme annunciano i nomi del primi tre classificati.


TERZO CLASSIFICATO: GRUPPO 1327
Dall’Università degli studi della Basilicata:

terzoclassificato

– Mariangela Piumini

– Emmanuel Quarto

– Nicola Scasciamacchia

– Michele Cosola


SECONDO CLASSIFICATO: GRUPPO 1374
Dal Politecnico di Torino:

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– Luca Viscardi

– Edward Borgogno


PRIMO CLASSIFICATO: GRUPPO 1428 
Dall’Università degli studi di Salerno:

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– Serena Giuditta

– Pasquale Cucco

– Edoardo Aurino
Lacrime di gioia e applausi per i vincitori da parte di tutti i presenti, congratulati per il grande successo raccolto per questa edizione dell’Osservatorio sulla casa.

Ieri era un grande giorno, ma noi oggi stiamo già guardando al domani, proiettando il nostro sguardo sulla quarta edizione dell’Osservatorio e chiudiamo questo contest ringraziando tutti quelli che hanno lavorato per noi e ci hanno aiutato a migliorarci. Perché domani sia migliore.

Grazie a tutti. All’anno prossimo!

I finalisti del concorso “casa di domani” – Terza edizione dell’Osservatorio sulla Casa

A due settimane dalla chiusura del contest “la casa di domani”, l’Osservatorio sulla Casa ha reso noti i nomi dei dieci finalisti.

Un grande successo per la terza edizione del progetto di Leroy Merlin, che quest’anno ha raccolto più di duecento iscritti al concorso, coinvolgendo trentacinque università italiane. Studenti da tutta Italia, ma anche da tutto il mondo (arrivano progetti anche dalla Cina, Francia e dall’America) impegnati nella progettazione della casa ideale di domani, fondata sui quattro pilastri della ricerca dell’Osservatorio sulla Casa. Centinaia di studenti di architettura, ingegneria e design volti a disegnare la casa di domani vincitrice del concorso. Ma quale sarà il progetto che sarà piaciuto di più al comitato scientifico, che giovedì proclamerà il vincitore ufficiale della terza edizione dell’Osservatorio sulla Casa?

Irrinunciabile l’appuntamento con l’atteso annuncio, che si concretizzerà giovedì 14 aprile alle 18 presso Open di Milano.

Ecco i nomi dei dieci finalisti:
Cantarella/Lucia/Angiulli/Zaccagnino
Università degli Studi della Basilicata

Ditommaso/Santoro/Pistone
Università degli Studi della Basilicata

Nardiello/Andrulli/Salinaro
Università degli Studi della Basilicata

Piumini/Quarto/Scasciamacchia/Cosola
Università degli Studi della Basilicata

Peson/Naro/Poma
Politecnico di Milano/Ecole de travaux Paris

Viscardi/Borgogno
Politecnico di Torino

Marco Campagnola
Università degli studi di Padova

Simone Regazzoni
Politecnico di Milano

Fogale/Famoso
Università degli studi di Genova

Giuditta/Cucco/Aurino
Università degli studi di Salerno

Leroy Merlin e Comunità Nuova Onlus: insieme verso una casa accogliente

Si fa sempre più vicino l’attesissimo momento della proclamazione del vincitore della terza edizione dell’Osservatorio sulla Casa. Quattordici aprile, Milano, in presenza di esperti e dei finalisti del contest, che negli ultimi mesi hanno studiato e lavorato per progettare la casa di domani: verrà presto annunciato il nome della mente (e anche la mano) geniale che avrà progettato la casa in comodato d’uso da Comunità Nuova Onlus. Destinata a dieci ragazzi, dai diciotto ai ventiquattro anni con alle spalle eventi ed esperienze particolarmente difficili, l’abitazione verrà ricostruita per poter permettere a questi giovani – seguiti dagli educatori di Comunità Nuova – di intraprendere nuovi percorsi di vita.

Ma quale deve essere una delle caratteristiche principali della casa di domani? Innanzitutto accogliente.

Abbiamo dato la parola agli esperti dell’Associazione Comunità Nuova Onlus e abbiamo chiesto loro: «Qual è l’importanza di un luogo curato e a misura d’uomo per un servizio di accoglienza che ospita persone provenienti da percorsi ed esperienze di vita difficili?»

Ci hanno risposto Andrea Marnoni, Coordinatore aera Infanzia e Famiglia e Micaela Colombo, responsabile Comunità terapeutica Villa Paradiso:

«In “Essere e Tempo” Heidegger afferma che il “tratto fondamentale dell’abitare è l’aver cura” e noi operatori di Comunità Nuova desideriamo profondamente prenderci cura di coloro che ospitiamo, attraverso quella “grazia dell’attenzione” che è l’arte di fare posto al carattere unico del soggetto.

Il presupposto per una relazione di aiuto efficace, da un punto di vista educativo, è racchiuso nella capacità di comunicare il valore delle persone e la loro unicità.

I servizi dedicati all’accoglienza  sono luoghi privilegiati per la costruzione di relazioni significative con le persone ospitate. Per questo, grande attenzione va data agli spazi fisici: contesti puliti e ben arredati, comodi e adeguati a coloro a cui li offriamo, sono un modo immediato e facilmente percepibile per comunicare disponibilità ad accogliere e, soprattutto, rispetto per chi è accolto.

La cura delle spazio attiva inoltre la capacita di esserne responsabili sia da parte degli educatori sia da parte degli ospiti del servizio che diventano così “custodi e curatori della quotidiana manutenzione e dell’ordine” con una presa in carico e collaborazione da parte del gruppo: manifestazione questa di un coinvolgimento positivo e di un senso di appartenenza da parte di tutti.  Per questo, i servizi  di Comunità Nuova non si presentano solo come spazi connotati da funzioni, ma come luoghi che contengono pensieri, ricordi, emozioni… La ricerca della qualità’ estetica, che li  rende funzionali e belli, permette così la creazione di un’atmosfera accogliente e non prettamente istituzionale.

Allestire spazi con cura e attenzione favorisce il benessere, le relazioni, il fare insieme, la socialità positiva,  il prendersi cura  di sé. Ed è questo  uno dei pilastri su cui si fondano il pensiero e l’agire pedagogico degli educatori di Comunità Nuova».

La rivoluzione culturale dell’housing sociale

Contributo di Andrea Di Turi


Tanti anni di difficoltà economiche hanno prodotto mutamenti importanti in molti aspetti della nostra vita. E siccome la casa è un elemento centrale e identitario nella vita di chiunque, anche il modo di pensare e vivere la casa negli anni della crisi ha conosciuto una profonda evoluzione. Forse già in essere e solo acceleratasi con la crisi.

Uno dei fenomeni in cui questa evoluzione si è manifestata in modo crescente è l’housing sociale, l’abitare sociale. Prova ne sia anche il recente lancio del primo portale web dedicato, promosso da Fondazione Cariplo, che contiene la mappatura georeferenziata di centinaia di progetti di housing sociale in Italia. Fra cui anche alcuni progetti emblematici come Via Cenni e Borgo Sostenibile, entrambi a Milano.

Come definire l’housing sociale? Dalla parte dell’offerta, si tratta di edilizia residenziale privata a valenza sociale. Che non ha l’obiettivo di massimizzare il profitto ma accetta un profitto ragionevole in un orizzonte di lungo periodo. Ed è rivolta a quell’ampia fascia di popolazione troppo “ricca” per accedere all’edilizia residenziale pubblica (le case popolari) e troppo “povera” per permettersi i prezzi di mercato di locazioni e vendite immobiliari. Quanto alla domanda, l’housing sociale è una richiesta di abitazione a prezzi dignitosi da parte di chi ha visto in questi anni contrarsi la propria capacità di spesa. Ma non è solo questo. Perché la domanda di housing sociale è anche una domanda di senso: un nuovo senso dell’abitare, che sempre più persone ricercano. Dove la casa non è sinonimo di chiusura, coi vicini e il mondo che restano fuori dalla porta, bensì di apertura, alla vicinanza e alla partecipazione nella comunità.

L’housing sociale è in realtà una rivoluzione culturale. Come sanno bene i Paesi in cui l’abitare sociale è presente da più tempo e più diffusamente e viene vissuto non come qualcosa di cui vergognarsi ma, al contrario, come qualcosa di cui vantarsi: perché è attraente, di tendenza, definisce come persona chi lo sceglie.

Nell’housing sociale sono determinanti le relazioni e le interazioni: fra i vicini di casa; fra i condomini e la proprietà, che anch’essa utilizza accorgimenti sociali nell’amministrazione degli immobili; fra gli spazi, fra casa mia, tua, nostra. È un’esperienza arricchita dell’abitare: magari più faticosa rispetto a quella tradizionale, senz’altro diversa, sicuramente più piena.

Nell’housing sociale ci sono spazi che si condividono, come una terrazza, una lavanderia, un giardino, un campetto sportivo, e attività che si condividono. Similmente, in ciò, a quanto accade negli spazi di co-housing, come ad esempio quello che Leroy Merlin intende riqualificare a Milano attraverso il contest rivolto a studenti universitari aperto fino a gennaio 2016.

Le persone che vanno a vivere in housing sociale di solito si conoscono prima di incrociarsi magari frettolosamente sul pianerottolo coi cartoni del trasloco in mano. Perché vengono inserite in un percorso di costruzione di comunità assai prima di entrare in appartamento. Con dinamiche inattese che possono scaturire e aiutare non poco, in seguito, nell’affrontare eventuali contrasti.

In una struttura di housing sociale ci sono spazi riservati ad organizzazioni del Terzo settore, che con la loro attività promuovono un’offerta di socialità (un asilo, un centro anziani, un luogo per incontri) e garantiscono un presidio di sicurezza, a vantaggio dei condomini e di tutto il quartiere, stimolando una sua rigenerazione sociale. Una struttura di housing sociale, inoltre, spesso si accompagna a una riqualificazione urbanistica della zona in cui è realizzata. Anche perché gli interventi di housing sociale, quanto a materiali e soluzioni utilizzate, sono in genere ispirati a principi di sostenibilità, come si può vedere ad esempio nel progetto di Cascina Merlata che al termine di Expo 2015 diverrà un insediamento di housing sociale.

Dare vita a una comunità di cittadini più coesa e resiliente, a partire dalla soddisfazione della domanda di casa, resta comunque l’obiettivo ultimo dell’housing sociale. Proprio perché la casa non è l’unico elemento che determina la qualità dell’abitare, data invece dalla possibilità di veder soddisfatta una complessa rete di bisogni, attinenti alla sfera economica ma anche a quella della solidarietà, della socialità, in ultima analisi del benessere. Tutti bisogni che la casa e l’abitare tradizionale evidentemente riescono sempre meno a soddisfare.

Il Fai da Te come fenomeno sociale

Contributo di Giulia Arrigoni


Può il Fai da Te essere considerato come un fenomeno sociale? Se guardiamo al passato e osserviamo il presente, si può tranquillamente affermare che sì, lo è, tanto che, nel corso degli anni, si è evoluto e trasformato, nelle attività e nella percezione dell’italiano. Il “Fai da Te”, nella realtà, e come è logico supporre, è sempre stato presente nelle attività umane ma, ad un certo punto, è assurto ad attività ricreativa e hobbistica, con gli immaginabili risvolti sociali. Passato l’entusiasmo dei primi periodi, con veri e propri gruppi di appassionati ormai pratici nella costruzione/riparazione di mobili e impianti di casa, la fase successiva si è contraddistinta con un progressivo declino della pratica del fai da te, come attività poco “trendy/cool”, sostituita dalla delega totale dei lavori di manutenzione a professionisti o persone cosiddette “secondolavoristi”. Solo coloro che non potevano permetterselo erano costretti fare da soli, peraltro con risultati incerti, entrando così a far parte della folta schiera dei “forzati del fai da te”.

Fai da Te, dall’obbligo al piacere
E’ negli ultimi 20 anni che la pratica del Fai da Te ha subito cambiamenti profondi, soprattutto, nella percezione delle persone. Il merito va soprattutto alla crescente femminilizzazione del mercato e allo sviluppo delle insegne del bricolage che, in questo lasso di tempo, hanno aperto moltissimi negozi, su tutto il territorio nazionale. Nel primo caso l’aumentato interesse della donna verso la manutenzione e, soprattutto, l’abbellimento della propria casa, ha dato uno slancio mai visto alla pratica del bricolage e alla commercializzazione di prodotti – l’esempio perfetto lo troviamo nelle pitture e vernici – sempre più facili da capire e utilizzare; l’apertura di nuovi negozi è stato un eccellente amplificatore alla diffusione di una pratica che ritorna ad essere piacevole e di grande gratificazione. E, in questo senso, la sociologia ci viene a supporto, con Gianpoalo Fabris, professore ordinario di Sociologia dei Consumi all’Università IULM di Milano, che, in un articolo apparso su L’Espresso, scriveva “……A parte le piccole riparazioni domestiche per le quali non ci si rivolge più a idraulici, elettricisti e così via, il prosumer (il consumatore/produttore) nostrano, a volte con senso pionieristico, si avventura nel tinteggiare i muri, nello stendere e tagliare moquette …….Quali sono le motivazioni che accompagnano questa nuova figura sociale, quali bisogni il prosumer soddisfa? Certamente quelli pratici ed economici, che pure l’hanno originato, non sono i soli e, forse, nemmeno i più importanti. L’esigenza di una produzione specifica per le proprie necessità che sono sempre, in qualche modo, diverse da quelle degli altri, costituisce una delle principali ragioni del prosumerismo…..il consumatore chiede ora con insistenza prodotti e servizi che riflettano la sua personalità, nei quali sappia riconoscersi”.

La maturità creativa. L’era della personalizzazione e della conoscenza
Così come il fai da te creativo apre ai confini infiniti del concetto di abbellimento della casa, ciò che caratterizza questo genere di attività è la condivisione. Chi lo pratica difficilmente lo fa in solitario, ma si ritrova con altre persone/amici che condividono la passione, sia fisicamente sia virtualmente, grazie alla sempre più importante presenza di internet nelle nostre vite. E non importa che si tratti di attività strettamente decorative, come lo stencil o il decoupage, che comunque hanno le loro applicazioni in larga scala (pareti e mobili della casa), ciò che è interessante segnalare è l’aumento della consapevolezza, da parte degli italiani, di poter fare da soli e ottenere buoni risultati. La casa, per gli italiani, è un bene molto prezioso. Non solo perché l’acquisto ne ha comportato ovvi sacrifici ecomici ma, soprattutto perché è il “Luogo” per eccellenza dove potersi rintanare/esprimere/rilassare/ricevere nel massimo agio e confort. E la ricerca Doxa de L’Osservatorio Casa 2015 ne conferma appieno l’analisi, considerando che oltre il 60% della popolazione italiana si sente totalmente coinvolta nelle attività di abbellimento, manutenzione e sistemazione della propria casa; che oltre il 66% ha svolto attività di bricolage nell’ultimo anno e, il 30% di queste attività, ha riguardato riparazione/costruzione di mobili e complementi.

E la crisi? Ha aumentato la pratica del Fai da Te?
Se si guarda a tutto il comparto non food (ovvero il complesso di prodotti che esula dall’alimentare), in questi lunghi anni di crisi, il bricolage è il settore che ne ha risentito di meno. Da una parte, non essendo un mercato maturo, ha ancora molti margini di crescita e, quindi, ante crisi le sue performance erano superiori ad altri settori; dall’altra gli addetti ai lavori sanno bene che solitamente il Fai da Te è, per definizione, definito un comparto “anti crisi”, nel senso che essendoci meno soldi le persone si trovano a doversi occupare di lavori che prima venivano demandati. La realtà dei numeri ci dimostra che non è proprio. La crisi non ha portato il settore del Fai da te a perdite singificative, ma nemmeno crescite “record”, ed è probabile che questo sia un dato da leggere positivamente, perché sancisce in modo significativo la trasformazione “culturale” di cui scritto sopra: il reale passaggio da un status di necessità (lo faccio perché non ho soldi) ad uno di gratificazione personale (lo faccio per il piacere di farlo, perché ho imparato, per la soddisfazione di averlo fatto io, sì, proprio come volevo io).

Siamo davvero nell’era della sharing economy e del co housing?

Contributo di Rossella Sobrero


Credo proprio di sì! Siamo entrati nell’era della sharing economy anche se molti non sembrano essersene ancora accorti. E anche fenomeni come il co housing, che coinvolgono per il momento solo un numero limitato di persone, cresceranno rapidamente nei prossimi anni.

E’ importante quindi cercare di comprendere perché si stanno affermando servizi collaborativi e nuove modalità progettuali, perché grazie alla disintermediazione si sta modificando il modo di acquistare, perché le persone stanno cambiando stili di vita e di consumo.
Cambiamenti molto importanti per le imprese che vedono modificarsi il rapporto con i consumatori. Ma altrettanto importanti anche per tutti noi, consum-attori sempre più informati, responsabili, critici.

1 – La sharing economy è già qui
L’economia della condivisione e dello scambio è già realtà: si diffondono velocemente nuove forme di consumo che tendono a favorire l’utilizzo di un bene piuttosto che il suo acquisto. Un fenomeno che viene definito come peer economy, collaborative economy e collaborative consumption, termini utilizzati a volte quasi fossero sinonimi di sharing economy. Tutto ciò è possibile grazie ai grandi passi avanti della tecnologia e a piattaforme innovative che hanno permesso la condivisione, migliorato la reciprocità, facilitato la redistribuzione e lo scambio.
Usare l’auto, oltre che aumentare l’inquinamento e il traffico delle città, è troppo costoso? Molte persone scelgono il car sharing, il bike sharing, lo scooter sharing, ultimo nato a Milano qualche giorno fa. In parallelo cresce anche la capacità di organizzarsi diversamente attraverso sistemi di car pooling (oltre al famoso http://www.blablacar.it segnaliamo http://www.autostradecarpooling.it promosso da Autostrade per l’Italia con l’obiettivo di diffondere il carpooling come un nuovo modo di viaggiare).
Acquistare un ufficio per avviare una nuova attività è una spesa che non ci si può permettere? Sono tanti i giovani che affittano spazi in luoghi dove il coworking consente non solo di risparmiare ma anche di generare nuove forme di collaborazione.
Gli alberghi sono troppo cari per potersi permettere una vacanza? Si può cercare sui siti che propongono lo scambio casa e scegliere quando, dove e con chi si vuole scambiare il proprio appartamento (www.scambiocasa.com o http://app.nightswapping.com/it).
Oggi, forse complice la crisi, in rete si scambia di tutto: dai mobili ai vestiti fino al tempo e alle competenze (per esempio, TimeRepublik, il social network per lo scambio di servizi in cui la moneta è il tempo https://timerepublik.com).

2 – Verso il co housing 
Il co-housing propone un sistema abitativo collaborativo dove i residenti partecipano attivamente al funzionamento del vicinato e incoraggia, accanto alla preservazione di spazi individuali, il contatto sociale. A volte il co housing viene confuso con l’housing sociale che invece è l’offerta di alloggi e servizi abitativi a prezzi contenuti per i cittadini con reddito medio basso che non riescono a pagare un affitto o un mutuo sul mercato privato ma non possono accedere ad un alloggio popolare.
Nelle iniziative di co housing le persone conoscono il progetto fin dall’inizio e contribuiscono da protagonisti alle scelte che renderanno la casa dove andranno ad abitare un luogo con spazi e servizi condivisi. Durante la progettazione partecipata tra i cohouser si formano legami solidi che sanno mantenersi nel tempo.  Nel rispetto della privacy di ciascuno, in co housing si possono condividere spazi e servizi risparmiando risorse e ripartendone i costi. Oltre a creare una rete sociale-solidale che semplifica la vita quotidiana di chi partecipa (informazioni sul sito http://www.cohousing.it/).

3 – Quale futuro?
Condivisione, collaborazione, fiducia negli sconosciuti, disintermediazione sono possibili grazie all’utilizzo della tecnologia e rappresentano le basi su cui costruire modelli diversi da quelli che sembrano non funzionare più. Nella sharing economy (e in parte anche nel co housing) si privilegia l’accesso al bene piuttosto che la proprietà ma si condividono anche alcuni valori. In particolare nei rapporti tra le persone la fiduciadiventa un ingrediente essenziale in grado di combattere la paura e la diffidenza nei confronti di chi non si conosce.
In una logica sempre più spesso peer to peer, la condivisione avviene a livello orizzontale facendo a volte cadere confini anche tra chi produce, chi distribuisce e chi consuma.
Le imprese che lo hanno capito stanno trasformando i loro prodotti e servizi. Ma dovranno dimostrare di essere pronte a rinnovare il modello di business e il rapporto con il mercato. Perché le piattaforme collaborative si alimentano con la partecipazione dei cittadini che rispondono alle logiche con cui si riuniscono le persone non a quelle con cui comunicano le imprese. Le organizzazioni che vorranno sperimentare questi nuovi modelli devono quindi mettere al centro l’esperienza, generatrice di un reale valore, piuttosto che il prodotto o il servizio.
Credo di poter dire che è iniziata una nuova era dove le persone si sentono più cittadini che consumatori, soggetti in grado di decidere le regole più che subirle.